Nata nel luogo della Montà nella seconda metà del 1500 trascorse una vita semplice come tutte le giovani del luogo, tra le faccende domestiche imparate poco a poco seguendo i consigli della nonna e della madre, la Chiesa che la vide devota sia alla Messa del mattino che al Vespro ed il lavoro di pastorella sulle colline circostanti.
A Fiorina non fu concesso di intervenire alle lezioni impartite dal Rettore della scuola per imparare la scrittura e la lettura o far semplicemente un conto, come non fu concesso a nessuna delle povere figlie della Montà in quegli anni. Le troppe guerre che si susseguirono portarono via le forti braccia di molti uomini, padri di famiglia e giovani figlioli, così alle ragazze e alle donne rimaste in paese furono affidati quasi tutti i lavori che occorrevano a tirare avanti la baracca.
Fiorina cresceva vivace e si dice anche assai carina,
portava a buon termine ogni lavoro che le era affidato e non si lamentava mai. La madre era orgogliosa della fanciulletta e a tutti andava raccontando del suo buon carattere, non troppo remissivo, a dire il vero, deciso sì ma altrettanto leale; una figlia speciale, raccontava sempre, con quel caratterino, diceva, avrebbe tenuto a bada i "morosi" e poi avrebbe fatto da sola la scelta del suo sposo. Figlia speciale, andava raccontando in giro, perché Fiorina vide la luce di venerdì.
In quei tempi, infatti, si credeva,
che i nati nel giorno di venerdì avessero avanti a loro una vita speciale, ricca di sorprese, ricca di ogni genere di bendiddio. Che fosse speciale lo appresero tutti quando la madre raccontò come la nascita avvenne in mezzo ad un prato fiorito dove lei stessa era intenta a cogliere erba per i due conigli che allevava con cura e che teneva come bene prezioso di cui poter fruire in momenti di carestia.
Nata fra i fiori,
dunque, e alla donna il nome "Fiorina" sembrò un nome appropriato da dare alla sua creatura. Il padre non ne fu entusiasta, forse avrebbe preferito chiamare questa figlia che gli portava il dovere di mettere da parte una dote, Gioanna, o Alasina o Catharina, ma si lasciò convincere dalla moglie e "Fiorina" fu.
I genitori la lasciarono sola appena ragazza, portati via dalla febbre quartana, prima toccò al padre poi fu la volta della madre che si sentì talmente sola da non riuscire più a dare un senso alla sua esistenza, nemmeno pensando a quanto la giovane figlia avrebbe potuto colmare quel vuoto.
Fiorina si sentì tradita,
nessuna più certezza intorno a lei, ma era forte e speciale così proseguì il suo cammino.
Crebbe da buona cristiana timorata di Dio, tuttavia qualcuno in paese diceva che forse faceva un po' troppo la vezzosa; i problemi di fine secolo imponevano un certo rigore, invece lei, negli anni dell'adolescenza, non pensava ad altro che avere sempre un fiore fra i capelli,
estate ed inverno, un fiore andava cercando,
pur non trascurando mai il suo lavoro, ma fra quei riccioli volle sempre aver appuntato un piccolo fiore. Quando, più grande, le fu imposto di portare sempre una cuffietta e il fiore non si sarebbe più visto, trovò il modo di portarlo in ogni caso, ricamandolo sul copricapo stesso.
Giunse il nuovo secolo, il 1600, Fiorina si trovò in età da marito, e qualcuno già si interessava a quella bella giovane donna, che si notava fra tutte, per quel fiore fra i capelli, e per quel fiore ricamato poi sulla cuffia che non riusciva a contenere tutti quei riccioli corvini.
Questo non fu l'unico vezzo che le si attribuì; si disse che amasse allevare solo polli bianchi, che male poteva esserci nell'aver solo candidi polli girare per l'aia?
Una donna una volta raccontò di aver sentito, alla fiera di Canale da un girovago venuto dalla Langa, che le masche regalerebbero al Demonio un pollo bianco ogni anno, per rimanere a far parte della malefica schiera. Nessuno dette peso a quelle parole, ma la donna impressionata continuò a pensarci su.
Giò Pietro era colto, sapeva far di conto, era affabile e gentile, premuroso in molte circostanze, spesso allegro la faceva ridere di gusto quando la prendeva in giro per quel fiore fra i capelli, che ora portava anche fra le mura di casa. Lui tornava dai campi ed ad attenderlo c'era Fiorina col suo sorriso e quel fiore di campo fermato con una piccola forcina sul capo proprio sopra l'orecchio.
Lui riconobbe in lei quell'essere speciale, che provata dalla vita non si era arresa mai.
Percorsero insieme, con serenità, molti anni, aspettando che arrivasse un figlio a rendere perfetta la loro unione. Non fu mai madre, la povera Fiorina non provò le gioie della maternità, Pietro, diventato sindaco della Comunità cercava di confortarla ma tutto fu inutile; ella si trovò ad amare i bambini delle altre donne, e questi riconoscevano in lei una lontana parente.
Preparava per loro pani dolci, regalava delle noci e per loro vi fu sempre una carezza. Per le madri dei piccoli invece non aveva altro che rimbrotti, mal sopportava che queste mandassero a lavorare nei campi i loro piccoli in tenera età.
Mal sopportava che ragazzini "travagliassero" alla fornace o al cantiere della Parrocchiale durante i restauri, lei lo riteneva assai pericoloso. Insomma poco a poco si inimicò molte donne del paese,tutte in coro affermarono che lei non poteva capire cosa voleva significasse aver molte bocche da sfamare col marito in guerra!
Già! Lei non sapeva e per questo loro non perdevano occasione a rammentarglielo.
Si prese spesso cura di Ambroggio, di quel piccolo uomo, come le capitava di chiamarlo parlando di lui con le altre donne al lavatoio, figlio di una vedova sua vicina di casa. Questa donna lasciata dal marito, troppo presto, con un figlio ancora in tenera età, dovette prendersi cura dei due campi che più di rendere denari chiedevano fatiche. Appena il piccolo ebbe compiuto i sei anni d'età divenne "uomo di campagna" e si mise a lavorare non solo per la madre ma anche per altri terrazzani del luogo. Tornava a casa al tramonto stanco, rosso in volto, assetato e si fermava spesso a contemplare i polli bianchi di Fiorina che beccano nell'aia prima di rientrare nel pollaio.
Li guardava ammirato, mentre la donna gli porgeva una leggera bevanda fresca usando la salvia e le foglie di menta. Il piccolo Ambroggio le sorrideva contento, sul suo volto per un attimo sembrava scomparsa la fatica della giornata intera. La madre sembrò non apprezzare l'affetto che quella donna portava al suo piccolo, pensò si volesse comprare quell'affetto con un sorso di bevanda corroborante, sembrava che il ragazzino dimenticasse tutte le fatiche del giorno e rideva felice rincorrendo i polli tutti bianchi, di Fiorina, sperando che qualche loro candida piuma cadesse per farne raccolta, perché, come fossero un piccolo tesoro, quelle già raccolte le teneva di nascosto sotto il materasso.
Nel 1625 ci furono le prime avvisaglie della peste, le soldataglie si spostavano e con loro l'aria ammorbata, fu un anno terribile alla Montà: si morì come mosche, e anche Pietro se ne andò passando a Miglior Vita. Si scrisse che molti morirono per dissenteria, ma Fiorina che ben conosceva l'arte dei decotti e che ben aveva curato il marito, ritenne trattarsi di punizione divina verso gli uomini che non facevano altro che combattere fra di loro; ma portarsi via il suo Pietro… no il buon Dio non doveva farlo, cosa mai avrebbe potuto fare ora, senza l'amore d'un figliolo, senza un parente che si fosse preso cura di lei negli anni a venire.
Per la prima volta Fiorina fu presa dallo sconforto e pregò per trovare la forza per sopravvivere anche a questo terribile dolore. Così fu.
Non le rimase che il sorriso di Ambroggio, ma per poco, la sorte non fu benigna nemmeno con lui, un giorno tornò stanco e alzò la mano verso Fiorina per salutare, non si fermò quella sera a giocare con i polli, corse a casa dalla madre si rifugiò fra le sue braccia e senza un perché cessò di vivere.
La madre disperata interrogò il cerusico che per tutta risposta volse le braccia ed il capo al cielo.
Dopo questa tragedia la mal sopportazione verso Fiorina da parte delle donne del paese divenne drammatica, si sussurrò che parlasse col Demonio, che forse il suo decotto contro la dissenteria del marito fosse stato un intruglio malefico condito col veleno, dissero che si servì di "inciarmi" per togliere la vita al ragazzino e punire la madre che non approvava quella sua benevolenza.
Poi i sussurri divennero presto denunce. L'Arciprete della Parrocchiale ne sentì di tutti i colori, si parlò infine di masche e si terminò con l'esplicita accusa: Fiorina è una masca! E pratica la mascarìa!
Nel pollaio i polli bianchi, nell'orto erbe officinali, anche rare, per preparare pozioni e poi lei divenne sempre più strana, e non parlò più con nessuno. Il canonico cercò di capire ma non ebbe risposte, la trovò sempre comunque devota verso il Signore, tanto che durante la Pasqua la confessò, e comunicò.
Le lamentele continuarono da parte dei Particolari di Montà, ora Fiorina si era messa a rubare, negli orti altrui, poca verzura, tuttavia la rubava, ma la verzura in quei tempi era poca per tutti!
Nessun perdono dunque!
Passò l'estate e sul finire della vendemmia, tutti ormai furono certi nel determinare come Fiorina fosse amica del Demonio e della sua brigata.
Andava punita, processata e fors'anche messa al rogo, come si era soliti fare in questi casi.
Nei primi giorni di ottobre dell'anno 1628 la donna fu prelevata dalla sua misera casa nel borgo della Villa, trasferita dai gendarmi nelle carceri situate nella torre del castello. Fiorina non ebbe paura,
in lei la fierezza delle donne della Montà, sapeva di non aver fatto nulla di male anzi di malefico, non sapeva cosa fossero i malefizi o le stregonerie, era un povera donna caduta in disgrazia per la mancanza di un marito che la sostenesse e confortasse.
Fu interrogata dal Frate Inquisitore che con botte e chissà quant'altro cercò di farle ammettere le colpe che non aveva, lei non confessò mai, aveva paura, anzi era terrorizzata a rimanere in quelle carceri buie, avrebbe voluto che Pietro le tenesse la mano come aveva fatto tante volte nel percorso della vita che li aveva visti vicini. Ebbe paura, ma nessuno ebbe compassione di lei.
Non Manifestò il ben che minimo cedimento, non confessò ciò che non poteva essere. La forza della mente non l'abbandonò mai; le malattie e i dispiaceri invece le cagionarono gravi danni alla salute del suo corpo.
Fiorina la masca della Montà lasciò il mondo dei vivi il 20 del mese d'ottobre, non prima d'essersi confessata e fatta benedire dal Parroco della Parrocchiale, forse l'unico che credendo alle sue parole infine ebbe comprensione per lei.
L'Inquisitore dovette lasciare il suo lavoro a metà, Fiorina era finalmente andata a raggiungere il suo Pietro e ora non aveva più paura.
Il Parroco fugò ogni dubbio su dove seppellire il corpo della donna accusata di mascarìa appena le arrivò la risposta dal Vescovo della Diocesi di Asti:
"la masca non convinta, cioè che non ha confessato, nonostante tutto, i malefizi fatti verso i suoi simili, deve essere sepolta insieme alle persone giuste e pie, nel cemiterio della Parrocchiale".
Così, le pie mani del povero curato seppellirono il misero corpo di Fiorina, non prima di aver annotato nel Registro dei defunti che la poveretta fu seppellita il 28 di ottobre dell'anno 1628 dopo essersi confessata e anche comunicata nella Pasqua passata.
Cristina Quaranta